Lettera ALL'OROLOGIO A PENDOLO
Caro orologio a pendolo,
hai viaggiato più di me, sicuramente.
Ti ricordi quando sei arrivato nella casa di nonna? Le
tende erano chiuse, le porte socchiuse ma tu hai avviato il tempo con un “dong”
pieno di vita e di promesse: ci saremo visti ogni domenica per mangiare
insieme.
Hai visto rientrare nonno dal lavoro, le chiavi nella
porta, il suo sguardo che subito dopo ti fissava e subito dopo ti abbandonava
per un piatto di pasta.
Eri la certezza che il tempo passava ma anche la certezza che
tu ci fossi sempre in quel conto alla rovescia.
Poi sei stato imballato appena la casa si è svuotata e
sei venuto a casa mia, al piano di sopra. Ti abbiamo sistemato vicino alla
finestra che dava sul giardino ed ogni primavera godevi dei fiori che
sbocciavano.
Hai ascoltato le mie risate che crescevano, i pianti dopo
le prime punizioni, hai visto le valigie che preparavamo prima di ogni viaggio.
Tu, con la tua lancetta che sembrava girare all’infinito,
ogni tanto ti stancavi e ti davamo la carica per ricominciare.
Poi abbiamo traslocato, ti ricordi? Hai visto il nostro sudore e
non ti sei mai fermato, sempre nella tua coperta di legno di castagno.
Io sono cresciuto e a casa stavo poco. Uscivo con gli
amici e quando rientravo, tardi, tu bussavi con il “tic-tac” rassicurante
al mio cuore e io ti fissavo, quasi rincuorato, eri diventato il mio compagno
fedele.
Un giorno, ti sei fermato quando papà ha deciso che era il
tempo di cambiare e svecchiare la casa. Il nuovo avanzava e tu eri troppo
vecchio, anche se non avevi età.
Mi sono sposato e sono andato via.
Ti vorrei ringraziare.
E se guardo adesso la tua cassa in legno poggiata sullo
scaffale, capisco che non sei solo un oggetto: sei un testimone.
Con gratitudine per ogni “dong” e ogni “tic-tac” che mi
hai regalato,
Io.